8 MARZO: LE DONNE CHE HANNO PLASMATO IL TERRITORIO ALCOTRA
Il Consiglio dei giovani ALCOTRA presenta il terzo episodio della rubrica mensile "Viaggia con il Consiglio dei giovani ALCOTRA: storie e scatti dai territori di confine". Se nella scorsa uscita vi abbiamo accompagnato alla scoperta di luoghi e paesaggi che uniscono le nostre vallate tra Italia e Francia, per questo mese di marzo abbiamo deciso di proporvi un itinerario decisamente diverso, pensato per celebrare la Giornata Internazionale della Donna.
L’8 marzo non è solo un momento di riflessione globale sui diritti, ma un'occasione preziosa per fare memoria e riscoprire le radici del nostro spazio transfrontaliero attraverso le protagoniste che lo hanno difeso, plasmato e fatto crescere. Per questo episodio speciale, il nostro non sarà un semplice viaggio geografico, ma un vero e proprio viaggio umano e storico.
Abbiamo raccolto per voi i ritratti di nove donne, nate o profondamente legate alle province e ai dipartimenti dell'area ALCOTRA. Donne che hanno saputo abbattere i pregiudizi del loro tempo, spingendosi oltre ogni limite fisico, culturale e sociale.
Viaggeremo attraverso le epoche e le discipline: dalla scienza pionieristica all'alpinismo eroico, dall'impegno civile e clandestino nella Resistenza, fino alla costruzione delle nostre moderne istituzioni europee.
Attraverso i loro "scatti" biografici, vi invitiamo a scoprire come la determinazione, il coraggio e la visione femminile abbiano lasciato un segno indelebile non solo nelle nostre terre alte e costiere, ma nell'intera storia europea.
Marie Paradis, originaria di Chamonix, è entrata di diritto nella storia dell'alpinismo grazie a un'impresa pionieristica: nel luglio 1808 divenne la prima donna a raggiungere la vetta del Monte Bianco. Un traguardo eccezionale per l'epoca, compiuto ad appena pochi decenni dalle primissime spedizioni maschili. Indossando pesanti gonne di lana, ma forte della sua abitudine alla dura vita in quota, Marie affrontò i ghiacciai accompagnata dalla celebre guida locale Jacques Balmat e da altri compaesani. Anche se, con grande umiltà, non si considerò mai una "vera" alpinista per via dell'aiuto ricevuto in ascesa dai compagni di cordata (titolo che molti storici attribuiscono a Henriette d'Angeville, la quale scalò la vetta trent'anni dopo), la sua impresa rimane uno spartiacque indiscusso. All'inizio del XIX secolo, infatti, le donne non avevano praticamente alcun ruolo nella vita pubblica e sportiva. Dopo una breve parentesi di emancipazione durante la Rivoluzione francese, erano state relegate al rango di cittadine di seconda classe dall'applicazione patriarcale del Codice civile, scomparendo anche dalla narrativa culturale ed eroica. Sfidando questi limiti imposti, Marie Paradis ha dimostrato come anche le donne potessero compiere imprese fisiche straordinarie, aprendo la via a un inesorabile cambiamento sulle montagne d'Europa.
Giuliana Luigia Evelina Mameli, nota semplicemente come Eva, è stata una figura di spicco della scienza italiana del Novecento. Sebbene la storia letteraria la ricordi spesso come la madre dello scrittore Italo Calvino, Eva fu in realtà una scienziata di straordinario valore e una pioniera assoluta per l'emancipazione femminile nel mondo accademico. Nel 1915, infatti, divenne la prima donna in Italia a conseguire la libera docenza in botanica, abbattendo le barriere di un ambiente universitario all'epoca quasi esclusivamente maschile. La sua vita fu caratterizzata da un impegno instancabile per la ricerca scientifica e per la società. Durante la Prima Guerra Mondiale prestò servizio come infermiera volontaria della Croce Rossa, ottenendo diverse onorificenze per il suo coraggio. Negli anni successivi tra le due guerre, divenne una delle prime e più autorevoli voci del movimento per la conservazione della natura, unendo il rigore analitico a una moderna e precoce coscienza ecologica. Il suo legame indissolubile con la Liguria, e in particolare con la provincia di Imperia, si consolidò nel 1925. Di ritorno da un'importante esperienza di ricerca a Cuba, si stabilì definitivamente a Sanremo con il marito, l'agronomo Mario Calvino. Qui assunse un ruolo direttivo nella nascente Stazione Sperimentale di Floricoltura "Orazio Raimondo". Eva dedicò decenni allo studio della patologia vegetale, alla genetica e all'acclimatazione di specie esotiche, trasformando il parco della loro casa sanremese, Villa Meridiana, in un vero e proprio paradiso botanico e in un laboratorio a cielo aperto. Il suo lavoro scientifico fu fondamentale per lo sviluppo economico, agricolo e paesaggistico del Ponente Ligure. Grazie anche alle sue intuizioni e alle sue ricerche, Sanremo e l'intera Riviera dei Fiori consolidarono la loro vocazione florovivaistica a livello internazionale. Oggi, ricordare Eva Mameli Calvino significa celebrare una donna rigorosa e appassionata che, ben prima che l'ecologia diventasse un tema globale, ha letteralmente plasmato, protetto e fatto fiorire il paesaggio di confine in cui ha vissuto.
Yvonne Oddon, nata a Gap, fu una delle figure più autorevoli della cultura bibliotecaria francese del XX secolo e una coraggiosa protagonista della Resistenza. Dopo essersi formata come bibliotecaria, divenne responsabile della biblioteca del Musée de l’Homme a Parigi, istituzione con la quale contribuì alla modernizzazione delle pratiche documentarie e alla diffusione della conoscenza scientifica. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Oddon fu tra i primi membri del Réseau de Résistance du Musée de l’Homme, una delle prime reti resistenziali parigine. Il gruppo si dedicava alla trasmissione di informazioni verso la Gran Bretagna e all’organizzazione di fughe di prigionieri, attività che richiedevano competenze logistiche, estrema discrezione e una forte coesione interna. Oddon partecipò direttamente a queste operazioni, mettendo le sue formidabili capacità organizzative al servizio del movimento clandestino. Nel 1942 fu arrestata e deportata, dapprima a Karlsruhe e in seguito, nel 1944, al campo di Ravensbrück. Venne liberata nell’aprile 1945, dopo quasi tre anni di durissima detenzione. Terminata la guerra, Oddon dedicò la sua vita al lavoro culturale e allo sviluppo dei sistemi bibliotecari a livello internazionale. Partecipò alle attività dell’UNESCO, per la quale realizzò missioni in diversi paesi, tra cui Haiti nel 1949, e contribuì a conferenze dedicate all’educazione di base. Il suo percorso eccezionale testimonia l’unione indissolubile tra impegno civile, promozione del sapere e apertura internazionale.
Alessandra Boarelli rappresenta una figura emblematica per la storia dell'alpinismo e per l'emancipazione femminile nello sport e nella società. Nata a Torino ma profondamente legata alle valli cuneesi, e in particolare a Casteldelfino in Valle Varaita (dove trascorreva le sue estati), il suo nome è indissolubilmente legato a un'impresa che destò scalpore nell'Italia dell'Ottocento: fu la prima donna a raggiungere la vetta del Monviso, il leggendario "Re di Pietra" delle Alpi Cozie. L'impresa si compì il 16 agosto 1864, un traguardo eccezionale se si analizza il contesto storico in cui avvenne. L'alpinismo era allora una disciplina nascente e prettamente elitaria, dominata da figure maschili (il Club Alpino Italiano era stato fondato da Quintino Sella appena l'anno precedente). Le donne erano culturalmente escluse da sforzi fisici considerati "inappropriati" per la loro natura, oltre a essere materialmente ostacolate dall'abbigliamento dell'epoca, fatto di gonne lunghe e pesanti. Dopo un primo tentativo fallito a causa del maltempo nel 1863, Boarelli non si arrese. Organizzò caparbiamente una nuova spedizione, sfidando non solo le rocce e i ghiacci della montagna, ma soprattutto i rigidi pregiudizi sociali del suo tempo. Un dettaglio che rende questa storia ancora più straordinaria è la composizione della cordata: ad accompagnarla in quell'epica ascesa non ci furono celebri esploratori, ma un gruppo locale che includeva un'altra donna, la giovanissima Cecilia Fillia, di soli quattordici anni. Raggiungere i 3.841 metri della vetta partendo dalle valli del cuneese significò dimostrare al mondo intero che la determinazione, la resistenza e la passione femminile potevano eguagliare e superare quelle maschili. Oggi, Alessandra Boarelli è ricordata come un simbolo di libertà e audacia. Il suo profondo legame con il territorio transfrontaliero del Monviso - montagna simbolo che unisce Piemonte e Francia - rimane un'ispirazione. La sua ascesa ha letteralmente aperto la strada, tracciando un sentiero per generazioni di donne che hanno rivendicato il diritto di esplorare la natura, vivere le terre alte da protagoniste e spingersi oltre i propri limiti.
Alexandra David-Neel, nata Louise Eugénie Alexandrine Marie David a Saint-Mandé, fu una delle figure più singolari e influenti del pensiero europeo tra XIX e XX secolo. La sua formazione fu caratterizzata da un forte interesse per le filosofie orientali: a Londra entrò in contatto con il pensiero teosofico e con ambienti studiosi del buddhismo e della cultura tibetana. Successivamente frequentò la Société Théosophique a Parigi e seguì corsi di lingue orientali alla Sorbona, consolidando le basi della sua futura attività di studiosa. A partire dagli anni Dieci del Novecento, David-Neel compì una serie di viaggi in Asia, visitando l’India, il Sikkim, il Giappone, la Cina e il Tibet. Durante questi spostamenti entrò in contatto con maestri buddhisti, praticò tecniche meditative e approfondì le tradizioni religiose locali. Nel 1924, dopo mesi di cammino attraverso regioni remote, raggiunse Lhasa, la principale città del Tibet, all’epoca rigorosamente vietata agli stranieri. L’impresa ebbe grandissima risonanza internazionale e contribuì a farla riconoscere come una delle massime esperte occidentali di cultura tibetana. Autrice di oltre trenta libri dedicati al viaggio e all’esplorazione culturale dell’Asia, David-Neel svolse anche un ruolo attivo come giornalista, conferenziera e militante femminista. Dopo decenni di viaggi, nel 1946 si stabilì definitivamente a Digne-les-Bains, nella Région Sud, dove proseguì il suo lavoro di scrittrice e ricercatrice fino alla sua scomparsa, a cento anni compiuti. La sua casa, oggi un museo, conserva l'eredità di una donna che ha saputo unire rigore documentario e una straordinaria capacità di fare da ponte tra mondi diversi.
Maria Ida Viglino non è stata soltanto una figura politica di primo piano, ma la coscienza civile di una Valle d’Aosta che, nel secondo dopoguerra, cercava di ricostruire la propria identità sulle macerie del conflitto. Matematica di formazione, portò nel servizio pubblico la precisione del metodo scientifico unita a una passione instancabile per la libertà, forgiata negli anni della Resistenza e dell’impegno nel Comitato di Liberazione Nazionale. La sua figura si staglia oggi come il simbolo di un’autonomia che non è isolamento, ma orgoglio delle proprie radici e apertura verso l’Europa. Il cuore del suo lascito risiede indubbiamente nella riforma della scuola valdostana. In qualità di Assessore alla Pubblica Istruzione per oltre un ventennio, la "Professoressa" - come veniva chiamata con profondo rispetto - comprese che la vera autonomia di un popolo passa attraverso la cultura e la lingua. Fu lei la principale artefice e custode del bilinguismo paritetico, lottando affinché l’insegnamento del francese non fosse un semplice retaggio del passato, ma uno strumento vivo di cittadinanza e un ponte verso lo spazio culturale francofono. La sua visione pedagogica mirava a formare giovani cittadini consapevoli, capaci di abitare le terre alte senza restarne prigionieri, grazie a un sistema scolastico moderno ed equo. Il culmine della sua carriera politica la vide diventare, nel 1984, la prima donna a presiedere la Giunta Regionale della Valle d’Aosta. In un ambiente istituzionale allora quasi esclusivamente maschile, Maria Ida Viglino si impose non per rivendicazione di genere, ma per l'indiscussa autorevolezza, l'integrità morale e una capacità di mediazione rara. Il suo mandato, seppur breve, rappresentò il riconoscimento naturale di una vita intera dedicata alle istituzioni. Oggi, ricordarla significa onorare una donna che ha saputo trasformare l'amore per la propria "piccola patria" in un progetto politico lungimirante, dove l'istruzione e il rispetto delle minoranze restano i pilastri insostituibili della democrazia.
Simone Veil, nata a Nizza, è oggi riconosciuta come una delle più grandi personalità francesi del XX secolo. Le fonti locali la ricordano con orgoglio come “la Niçoise la più conosciuta al mondo”, sottolineando il suo ruolo inossidabile di riferimento morale e politico e il legame profondo con la Costa Azzurra. Sopravvissuta agli orrori della deportazione durante la Seconda Guerra Mondiale, Veil costruì in seguito una brillante carriera come magistrata e poi come alta funzionaria nel sistema giudiziario e sanitario. La sua azione pubblica si distinse per l’impegno costante a favore della dignità umana e della modernizzazione delle istituzioni francesi. Il momento più noto della sua vita politica è indubbiamente legato al 1975, quando, da Ministra della Sanità, portò in Parlamento la legge che legalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza. Conosciuta universalmente come “Loi Veil”, la riforma rappresentò una svolta storica per i diritti delle donne in Francia ed è considerata uno dei testi legislativi più significativi della Repubblica. Nel 1979 Simone Veil divenne la prima presidente del Parlamento europeo eletto a suffragio universale diretto. In questo ruolo contribuì a rafforzare la dimensione democratica dell’Unione e promosse una visione dell’Europa fondata sulla memoria, sul dialogo e sulla protezione delle libertà fondamentali. La sua figura è oggi ricordata a livello internazionale come simbolo di resilienza, civismo e progresso sociale.
Nata a Torino in un periodo di grandi fermenti industriali e sociali, Carol Rama è stata un'artista autodidatta che ha saputo scardinare le convenzioni estetiche del Novecento con una forza espressiva senza precedenti. La sua biografia è indissolubilmente legata al capoluogo piemontese, dove ha vissuto per quasi un secolo trasformando la sua abitazione di via Santa Giulia in un epicentro culturale di respiro internazionale. In un'epoca in cui l'arte femminile era spesso confinata a temi decorativi, Rama ha avuto il coraggio di esplorare i lati più oscuri, viscerali e autentici dell'animo umano, utilizzando materiali eterogenei come camere d'aria di bicicletta (omaggio alla fabbrica di famiglia), siringhe e frammenti di metallo. La sua Torino non era solo uno sfondo, ma un laboratorio di sperimentazione continua, dove la rigidità sabauda si scontrava con la sua urgenza di libertà assoluta. Attraverso le sue opere, ha affrontato temi come il desiderio, la malattia e l'emancipazione dai tabù sessuali, subendo anche la censura per la sua onestà brutale. Il riconoscimento del Leone d’Oro alla carriera nel 2003 ha suggellato la sua importanza come figura di rottura, capace di influenzare intere generazioni di giovani creativi che vedono in lei un esempio di integrità e resistenza contro ogni forma di conformismo sociale e intellettuale.
Originaria di Bourg-Saint-Maurice, nel cuore del dipartimento della Savoia, Liv Sansoz rappresenta l'eccellenza dell'alpinismo contemporaneo e una figura di riferimento per la gioventù montana europea. Cresciuta respirando l'aria sottile delle Alpi, ha iniziato a scalare fin da bambina, dimostrando un talento naturale che l'ha portata a vincere due campionati mondiali di arrampicata sportiva e tre Coppe del Mondo. La sua figura è emblematica per il territorio transfrontaliero ALCOTRA, poiché incarna perfettamente l'evoluzione del rapporto tra l'uomo e la montagna: non più solo una sfida di conquista, come ai tempi di Marie Paradis, ma un dialogo basato sulla consapevolezza tecnica e sulla protezione ambientale. Nel 2017, Liv ha intrapreso un'impresa straordinaria, scalando tutte le 82 vette delle Alpi superiori ai quattromila metri, spesso spostandosi tra le cime in parapendio per ridurre l'impatto degli spostamenti e vivere l'alta quota in modo integrale. Questo progetto non è stato solo un traguardo sportivo, ma un viaggio umano volto a testimoniare i rapidi cambiamenti climatici che stanno trasformando i ghiacciai alpini. Liv Sansoz parla oggi ai giovani con un linguaggio diretto, promuovendo uno stile di vita outdoor che sia rispettoso, inclusivo e coraggioso. La sua capacità di superare gravi infortuni e di tornare a essere una protagonista delle "terre alte" la rende un simbolo di resilienza, dimostrando che la passione per il proprio territorio può diventare una missione civile per la salvaguardia del patrimonio naturale condiviso tra Italia e Francia.